SONO UNA MAESTRA

Se tutti gli insegnanti fossero così …  la scuola sarebbe un posto migliore.

Leggete che cosa scrive Luciana Farneti, insegnate presso Ministero della Pubblica Istruzione, di Genova.

Sono una maestra di scuola primaria, insegno da 20 anni e non assegno più compiti a casa né estivi. Ho capito strada facendo che erano una fatica inutile per i bambini e fonte di stress per le loro famiglie e per me! Da quando “ho smesso” il clima in classe è più disteso, si lavora con più consapevolezza e c’è più condivisione con i genitori. Inoltre … magia! Sono i bambini che arrivano il lunedì con mille spunti di lavoro differenti perché con il weekend libero sono andati al parco, a fare una gita, hanno visto quell’animale nuovo o vissuto una nuova avventura. Di sicuro non hanno la paura di non fare ricreazione per recuperare i compiti non eseguiti ! L’unica difficoltà? Alcuni colleghi che ancora demandano a casa ciò che non riescono a fare loro “.

 
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FACCIAMO UN PO' DI CHIAREZZA…

logoScritto dalla Dott.ssa Martina Cecchi 

Pedagogista specializzata in Didattica per i D.S.A.
Docente con Funzione Strumentale Inclusione alunni/e con B.E.S.

https://martinacecchi.jimdo.com/

Questo articolo, vuole far chiarezza su alcuni aspetti veramente importanti inerenti la normativa e la documentazione, sia scolastica che sanitaria, inerente i bambini con handicap o Disturbi Specifici di Apprendimento (D.S.A.) .
Iniziamo subito a delineare questa importante differenza: i D.S.A. si manifestano in presenza di un funzionamento intellettivo nella norma (il punteggio del Quoziente Intellettivo deve risultare maggiore di 85, escludendo un deficit cognitivo), in assenza di danni neurologici e/o sensoriali, e con adeguate condizioni di istruzione. La diagnosi si effettua mediante precisi test, somministrati al bambino/a da uno psicologo o neuropsichiatra infantile, in collaborazione con un logopedista: deve
escludere tutti gli aspetti prima citati e individuare alcune cadute significativamente sotto la media nelle prestazioni di lettura, scrittura (alla fine della classe 2°) o calcolo (fine classe 3°).Si parla, quindi, di disturbo: non è un handicap ma neppure una semplice difficoltà. Si definisce “disturbo” poiché ha una base neurobiologica ed è resistente al trattamento didattico mirato e/o specialistico (il miglioramento che si ottiene è inferiore a quello che ci si aspetta).
La situazione in stato di handicap (o disabilità, termine che si preferisce utilizzare) è certificata ai sensi dell’art. 3, commi 1 o 3 (che definiscono il livello di gravità) della Legge 104/92: solo in questo caso è prevista l’attribuzione di un docente di sostegno (previa richiesta della famiglia, presentando all’Istituzione scolastica la documentazione rilasciata dall’ASL). L’articolo 12 comma 5 prevede che, dopo l’individuazione dell’alunno/a come persona handicappata e l’acquisizione della documentazione risultante dalla diagnosi funzionale, le docenti curricolari e di sostegno debbano
redigere un Piano Educativo Individualizzato (P.E.I.) con la collaborazione dei genitori dell’alunno/a e gli operatori dell’A.S.L.
Per i bambini con D.S.A., la legge 170 del 2010 “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico” e il successivo D.M. del 2011 “Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento” tutelano il loro diritto allo studio e richiedono alla scuola una riflessione metodologica sulle strategie da mettere in atto per favorire tutti gli studenti, dando spazio al loro vero potenziale in base alle loro peculiarità. La Legge 170 delinea la necessità di adottare misure compensative e dispense, che si propongono di
evitare situazioni di affaticamento e disagio in compiti direttamente coinvolti dal disturbo, senza peraltro ridurre il livello degli obiettivi di apprendimento. Gli interventi pedagogico-didattici messi in atto dalla scuola sono descritti dal Piano Didattico Personalizzato, redatto dai docenti e sottoposto alla famiglia, che si impegna a seguire il figlio/a nel percorso di rinforzo delle abilità carenti; a sostenerlo nell’adozione degli strumenti compensativi (e ciò significa, soprattutto, imparare ad usarli); a controllare che il materiale utile (tabelle, mappe, testi riadattati etc) consegnato dai docenti sia sempre disponibile all’alunno/a, sia a scuola che a casa.
La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 “Strumenti di intervento per alunni con bisogni  speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” e la circolare MIUR dell’8 marzo 2013 hanno aperto la strada, anche in Italia, all’adozione del costrutto di B.E.S. (Bisogni Educativi Speciali). All’interno di questa macro categoria confluiscono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, assieme ad una pluralità di specificità: svantaggio socio-economico dello studente, il funzionamento cognitivo limite (con Q.I. compreso tra 70 e 84), disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività ed altre situazioni di necessità dell’alunno/a.
Sono diverse, quindi, le disposizioni normative che delineano gli obblighi delle istituzioni scolastiche nei confronti di bambini/e con B.E.S. ma la vera attuazione del Piano Didattico Personalizzato si può avere soltanto se famiglia, scuola ed eventuali operatori specializzati lavoreranno in rete con sinergia.
Per concludere, la normativa definisce e regola cosa compete alle Istituzioni scolastiche (con i suoi vari attori, dai docenti al Dirigente Scolastico) per favorire il percorso scolastico degli alunni/e con B.E.S., ma cosa compete alle famiglie? Riporto ciò che è stato come delineato dall’Associazione Italiana Dislessia nel corso “Dislessia Amica”:
Consegnare la diagnosi in segreteria
• Condividere le linee elaborate dai docenti nel P.D.P.
• Sostenere la motivazione e l’impegno del bambino/a
• Controllare il materiale scolastico richiesto
• Verificare lo svolgimento dei compiti
Incoraggiare l’acquisizione dell’autonomia

FORZA!

Care mamme, sono felice che commentate e partecipate attivamente al mio blog, se riuscremo a fare sentire tutte insieme le nostre voci, sono convinta che ce la faremo a fare rispettare i diritti dei nostri figli.

Non arrendiamoci … mai.

CHE COSA VUOL DIRE SCRIVERE ?

Scritto da Emilia Passaponti

Al termine della scuola dell’infanzia i bambine e le bambine vengono preparati al passaggio alla scuola primaria con vari esercizi di prescrittura e di prelettura. Imparare a dominare in maniera ordinata lo spazio del foglio, abituare la mano ad andare da sinistra verso destra (così almeno nel nostro sistema cultura-le) sono senz’altro esercizi utili. Ma non bastano, ci dicono Tullio De Mauro e Francesco Tonucci nelle pagine iniziali di un libretto prezioso e oggi introvabile, Prima dell’ABC, pubblicato dall’editore fiorentino Luciano Manzuoli nella piccola collana “Biblioteca di Lavoro” diretta da Mario Lodi. La scrittura deve nascere da un’esigenza profonda, da un bisogno, dalla voglia di comunicare e condividere pensieri, desideri, ipotesi. Già dalla scuola dell’infanzia, già dai primi giorni di scuola primaria. La scrittura non è tecnicismo è voglia di comunicare. Questi due anomali “maestri” ci lasciano questa lezione: con la lettura, con il disegno, insegniamo ai bambini a pensare, a parlare, a immaginare, a voler fissare con dei segni che altri possano capire pensieri, sensazioni, desideri. Il resto, la padronanza tecnica della lingua scritta, verrà più facilmente.

 

MAMMA CURIOSA

L’altro giorno mi ha telefonato la mamma di una compagna di scuola di mia figlia.

Voleva dirmi che sua figlia sulla pagella ha tutti dieci e ovviamente voleva sapere i voti della mia bambina.

Mia figlia, ha dieci di Inglese, Geografia, Musica, Tecnologia e Scienze Motorie, nelle altre materie, ha tutti otto.

Mi ritengo più che soddisfatta dei suoi voti, considerando che è disortografica e discalculica, d’accordo con la neuropsichiatra infantile non è ancora certificata, quindi sono voti più che meritati e conquistati.

Quando le ho detto queste cose alla mamma curiosa, lei, ha fatto una lunga pausa prima di parlare, poi, mi ha risposto così : ” Oh… mi dispiace tantissimo, non sapevo che tua figlia avesse questi problemi, scusami se ti ho chiesto, una cosa del genere, non me la immaginavo neanche lontanamente !”.

Io credo, che la curiosona, non conosca il significato di disortografia e discalculia, probabilmente avrà pensato che sono delle malattie rare.

Fortunatante non sono malattie, ma, modi di apprendere diversi !

BISOGNA LOTTARE

Una mamma racconta le sue lotte :

“Il mio cucciolo ha 10 anni e mezzo e a 5 anni l’educatrice della Scuola Materna mi ha fatto notare la sua goffaggine, risultato: è disprassico.
Niente paura, da allora è seguito da un’ equipe multidisciplinare di Torino.

Fin dal primo anno della scuola Elementare è stato affiancato dall’insegnante di sostegno e su richiesta delle sue maestre anche da una educatrice per gestire i tempi non didattici.
Poiché io sono fermamente convinta che solo trattandolo come tutti i bambini della sua età lui si senta tale, da quando aveva 4 anni frequenta i corsi di nuoto e dai cinque anni, minibasket. I sui abiti hanno le cerniere e le scarpe il velcro. Le maglie hanno dei disegni solo sul davanti, le calze sono corte, lo spazzolino per i denti è elettrico. Ogni volta che ottiene un risultato viene premiato (basta un pacchetto delle sue figurine preferite), e la sua pagella, appena ritirata per l’accedere alla quinta elementare, riporta quasi tutti 9 e qualche 8, ma quanta FATICA per ME.
Lotto contro tutti e tutto affinché venga trattato da bambino Normale! Contro le sue insegnanti che ogni anno mi propongono un programma facilitati, che non accetto; contro i suoi istruttori di nuoto e di basket che spesso si dimenticano di “ripetere” le istruzioni rivolgendosi direttamente a lui, dopo averle impartite al gruppo; contro l’insegnate di sostegno (ogni anno diversa) che non sa di dover lavorare con lui a piccole tappe. A volte, anche contro me stessa, perché mi ostino a voler lottare contro tutti!
Una mamma orgogliosa del suo Cucciolo.
P.S. A Settembre frequenterà un camp di basket di una settimana lontano da dove abitiamo”.

 

LIBERI…

Riusciremo a liberarci dei compiti a casa ?

Io spero di si, perchè vorrei, che tutti gli studenti,  spendessero, il tempo che rimane loro dopo la scuola, non a fare i compiti.

Io rimango sui libri con i miei figli ogni giorno, fine settimana e feste incluse.

Se i compiti sono dannosi per tutti  gli studenti, per i DSA sono un grosso problema perchè ci impiegano almeno il doppio del tempo a farli.

Dopo la scuola, i bambibi e/o ragazzi e le loro famiglie DEVONO ESSERE LIBERI, SENZA COMPITI.

https://www.change.org/p/genitori-docenti-dirigenti-scolastici-campagna-basta-compiti

STRESSATI …E NON SOLO.

I docenti sono molto stressati ma anche i ragazzi con DSA e le loro famiglie sono molto stressati … vi lascio immaginare perchè .

È ora di cambiare qualcosa.

http://m.tecnicadellascuola.it/item/30899-docenti-sempre-piu-vecchi-e-molto-stressati.html